15 novembre 2011

Numero Otto: Cuore di Pablito

Solite scuse.
Non si trova mai tempo per scrivere, non si sa mai cosa scrivere, o semplicemente ci si scorda. Fortunatamente mi ricordo che non è necessario essere prolissi, ma anche brevi pensieri hanno la loro bellezza. Tranne i miei, ovvio.
L'attualità mi sta affascinando, ma è quel fascino previsto, quella sorta di rilassamento già provato e quindi poco sorprendente. E poi è irritante il vuoto lasciato dal passato, come una scatola di biscotti lasciata in dispensa anzichè essere buttata: ti illude! Ad ogni modo sono contento che gli intellettuali prendano passo, io avevo previsto ma lo ripeto volentieri che a breve ci sarà una rivalsa degli studiosi, dei passionali, degli onesti addirittura. Magari sbaglierò, ma intanto la cosa prende forma. Mi riferisco ovviamente alla politica, ma in maniera generica ad una svegliata sociale di piacevole visione.
E dopo aver tanto criticato il ristagno delle mostre toscane, gioisco nel proporre l'esposizione più bella di fine anno: "Ho voluto essere pittore e son diventato Picasso".
Capisco che Pisa non è prorpio dietro l'angolo, ma tanto sprechereste lo stesso la vostra esistenza, tanto vale buttarla in quell'assurdo palazzo Blu, talmente weird che veste perfettamente le opere picassiane. Ci si dimentica finalmente del Cubismo, si entra in una dimensione dell'universo del pittore spagnolo probabilmente sconosciuta ai più, quella fragile, melancolica, del bambino che parla con la sua coscienza. Stampe, insomma, tante stampe: quell'arte genuina fatta con il metallo, con l'acido, con le poetiche bruciature dell'acquatinta e gli erotici graffi dell'acquaforte. Che cosa sono? Andate al palazzo Blu, marmocchi!
Poi mi ringrazierete, anche se non capite niente di Arte e Picasso credevate fosse un modello di auto. E non dite che nessuno vi aveva avvertito.
Solite scuse.

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